Sadhguru: ne vale la pena seguire i suoi insegnamenti?

Il fenomeno dei guru in India ha radici storiche, culturali e sociali molto profonde. La figura del guru è così diffusa che, in molti casi, assume un ruolo quasi professionale, ed è spesso considerata sacra.

In India, il ruolo del guru può essere paragonato a quello di un pastore evangelico o di un sacerdote nelle tradizioni religiose occidentali. E, come avviene in ogni sistema spirituale o religioso, anche tra i guru esistono dibattiti accesi su chi possieda la “vera” conoscenza e sul modo più autentico di trasmetterla.

Il contesto dei guru in India

I guru appartengono a scuole e tradizioni differenti, ciascuna con la propria interpretazione degli insegnamenti. La spiritualità, per sua natura, è soggettiva e spesso non ha una “verità assoluta” codificata; quindi i maestri possono discutere su quale approccio sia più efficace o autentico.

È inoltre importante riconoscere che l’ego non scompare automaticamente con il ruolo spirituale. Anche i guru restano esseri umani, con emozioni, limiti e contraddizioni.

La dinamica del riconoscimento, dell’influenza e della costruzione di una base di seguaci può facilmente generare competizione, tensioni e rivalità all’interno di questi ambienti.

In questo quadro si inserisce anche la dimensione, spesso controversa, del “business spirituale” legato ai guru contemporanei, tra cui figura anche Sadhguru, uno dei maestri più noti a livello globale.

Con questo non intendiamo negare il contributo etico o umano che alcuni di questi uomini hanno offerto all’umanità. Vogliamo semplicemente riportare i fatti in una prospettiva diversa, più precisa.

Un’illusione ben confezionata

Nel caso di Sadhguru, come accade per molti altri leader spirituali che suscitano una devozione intensa, talvolta cieca, ci sono aspetti del personaggio che possono — legittimamente — essere messi in discussione.

Non tutto ciò che afferma va però scartato. Lo yoga, ad esempio, è senza dubbio uno strumento prezioso, capace di trasformare la vita interiore e il corpo. Il fatto che sia sopravvissuto nei secoli e sia giunto fino a noi, è sicuramente apprezzabile. Tuttavia, è fondamentale evitare che si trasformi in un nuovo sistema di credenze, in un culto modernizzato o in una forma di adorazione mascherata da “spiritualità”.

La libertà interiore non si costruisce su idoli, templi o parole affascinanti, ma su esperienza diretta, disciplina, e onestà con sé stessi.

Alla fine, se una pratica funziona per te — se porta equilibrio, chiarezza o trasformazione interiore — poco importa da dove provenga. Ciò che conta è che sia trasmessa con onestà, consapevolezza e rispetto per le radici da cui è nata. Per questo motivo, avendo letto i suoi libri, ne consigliamo alcuni, con discernimento.

Alcune delle sue affermazioni spirituali ci appaiono preziose, profonde e perfettamente in linea con intuizioni condivise da molte tradizioni mistiche.

Riconosciamo anche che una parte delle conoscenze che condivide appartiene a tradizioni esoteriche millenarie, spesso trasmesse oralmente e soltanto in tempi recenti esplorate dalla scienza moderna.

Tuttavia, bisogna anche dire che una buona parte delle sue affermazioni è, quantomeno, discutibile da una prospettiva critica e razionale.

Come riconoscere un vero “maestro” spirituale?

Una cosa è certa: trovare un guru autentico oggi è estremamente difficile.

Già distinguere un insegnante genuino da un imprenditore spirituale è un’impresa in sé.  Molti centri yoga sono diventati vere e proprie aziende travestite da santuari, il cui obiettivo — dichiarato o meno — è quello di generare profitto.

Sì, possiamo anche dire che in un certo senso fanno il loro lavoro, e anche noi lo facciamo, giusto?

Ma esistono segni sottili che distinguono i veri maestri dai truffatori:

  • non cercano i riflettori,
  • non desiderano insegnare, ma insegnano lo stesso, per senso di dovere, non per costruirsi un impero.

La trappola dorata

Come dicono gli indiani:

Non possiamo giudicare un essere illuminato, perché la nostra percezione è colorata dai nostri gusti, paure e preferenze.”

Sadhguru, come molti altri guru della tradizione indiana, afferma di aver raggiunto uno stato di realizzazione superiore, descritto nei testi vedici. E secondo quella stessa tradizione, si dice che sia “impossibile per una persona comune” giudicare l’autenticità di un essere risvegliato.

Quindi, cosa dobbiamo fare? Secondo l’etica vedica, se non lo si riconosce come proprio guru, l’unico atteggiamento corretto sarebbe il silenzio.

Ma prima di tacere è utile ricordare che questi guru, al di là dell’aura spirituale che ci vendono, sono anche prodotti del loro tempo, della loro società e della loro cultura.

Una cultura in cui la figura dell’“illuminato” auto-dichiarato è tollerata, rispettata, e in molti casi anche altamente redditizia. Lo stesso Siddhartha Gautama, il Buddha, ha seguito questo cammino, così come lo ha fatto Jagadish Vasudev — e per molti altri che verranno dopo, soprattutto se c’è un modello di business da costruire e un mercato spirituale da servire.

Perché in fondo, le persone cercano certezze. Cercano appartenenza, significato e il bisogno di essere guidate. E dove c’è una domanda tanto profonda e ricercata, è naturale che sorga anche un’offerta.

Ma attenzione: non tutte le offerte spirituali sono autentiche. Alcune sono trappole ben confezionate, mascherate da saggezza.

Sono trappole che seducono con parole auliche, rituali potenti e promesse di trasformazione — ma che alla fine imprigiona, anziché liberare. Sono trappole proprio perché si presentano come “una via sacra”.

Allora qual è la via?

Non si tratta di odiare o idolatrare. Se odiamo, chiudiamo le porte all’apprendimento. Se idealizziamo, perdiamo il contatto con la realtà. Entrambi gli atteggiamenti sono dannosi.

La via corretta sta nel coltivare discernimento e apertura nello stesso modo.

Nessuna religione, presa alla lettera, è garanzia di libertà interiore. Nessun guru — e ancor meno uno che si autoproclama “illuminato” ed erige statue di Shiva— rappresenta necessariamente un aiuto autentico per l’espansione della coscienza.

Celebrarne la figura come fosse un “santo” o un “profeta” rischia solo di replicare i meccanismi tipici delle religioni organizzate, con dogmi, icone e rituali, ma in una veste che all’apparenza si presenta nuova.

Riflessione finale

Tutta questa situazione rafforza un’idea che abbiamo: l’esperienza di coscienza deve essere accompagnata dalla coltivazione dell’intelletto. Senza questo equilibrio, è facile cadere nell’immaginazione incontrollata o in credenze imposte da altri.

Solo in uno stadio avanzato del cammino spirituale si possono riconoscere i limiti dell’intelletto e trascenderlo. Ma all’inizio, e per gran parte del percorso, il pensiero critico e la chiarezza mentale sono fondamentali.

Questo è rilevante, perché l’intelletto — insieme all’istruzione — è essenziale per riconoscere i dogmi, le credenze ereditate e i meccanismi di manipolazione che operano sulle masse.

Solo con il pensiero critico si può evitare l’autoinganno… e, cosa ancora più importante, si può evitare di trascinare altri con sé, soprattutto senza chiarire che ciò che si condivide non è una verità universale, ma una convinzione personale.

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