Sadhguru e la spiritualità Made in India
La verità, spesso, si nasconde in bella vista. Per poterla percepire, è necessario che tu ed io mettiamo da parte le nostre convinzioni preconcette e i nostri fanatismi.
Sadhguru, come molti uomini “profondamente spirituali” o timorati del divino, agisce con intelligenza e diplomazia: cerca di onorare il Dio giusto, ma senza offendere gli dèi sbagliati. Questa visione si manifesta chiaramente nel Sarva Dharma Sthamba, un pilastro di granito bianco alto più di cinque metri, situato all’ingresso del Dhyanalinga, presso l’Isha Yoga Center.[1]
Questo monolito, scolpito con i simboli delle principali religioni del mondo, rappresenta un invito universale rivolto a tutte le persone, senza distinzione di credo, e simboleggia un cammino spirituale che trascende le divisioni religiose.
In questo modo, il visitatore — indipendentemente dal proprio retroterra spirituale — si sente profondamente onorato e colpito nel subconscio, prima ancora di entrare in contatto con il simbolo consacrato energeticamente da Sadhguru: il Linga.
Insieme, ma non mescolati
Il Linga, tradizionalmente di forma ovale o fallica, rappresenta Shiva, il dio induista associato sia alla creazione che alla distruzione dell’universo. Sebbene la sua forma sia comunemente collegata a un simbolo fallico, nella tradizione shivaista è, prima di tutto, un simbolo cosmico. Racchiude l’idea della forza primordiale e rappresenta la natura eterna, senza inizio né fine, dell’assoluto trascendente.
Sadhguru, consapevole della necessità di adattare questo antico simbolo ai tempi moderni e renderlo accessibile a un pubblico globale, lo presenta con una nuova denominazione: Dhyanalinga — una combinazione delle parole dhyana (meditazione) e linga.
Questa strategia di risignificazione si osserva anche nella sua reinterpretazione del dio Shiva, che lui chiama Adiyogi, “il primo yogi”, attorno al quale ha costruito una narrazione ricca di simbolismo e mitologia, sia storica che fantastica o spirituale.
Sadhguru non è un religioso nel senso istituzionale del termine, né un secolarista superficiale come quelli che abbondano sui social media. In realtà, incarna ciò che molti potrebbero considerare un vero laico: qualcuno che cerca il benessere umano al di là dei dogmi e dei sistemi di credenze prestabiliti.

Il Tempio Dhyanalinga si presenta come uno spazio meditativo unico, che — a quanto si dice — non è legato a nessuna religione in particolare, e non richiede rituali, preghiere né atti di adorazione. Al suo interno, le energie intense ma sottili del linga permettono al visitatore di sperimentare stati profondi di pace e silenzio, rivelando l’essenza stessa della vita.
Attraverso il Sarva Dharma Sthamba, ornato con simboli dell’induismo, dell’islam, del cristianesimo, del giainismo, del taoismo, dello zoroastrismo, del buddismo e dello shintoismo, il Dhyanalinga si configura come una vera e propria iconografia dell’unità spirituale.
Questa struttura monumentale trasmette un messaggio universale di accoglienza e rappresenta una rara opportunità per l’umanità di avanzare collettivamente verso una condizione di pace, prosperità e benessere, oltre le divisioni religiose.
Da questa prospettiva, non sarebbe azzardato considerare Sadhguru come un possibile candidato “presidente spirituale” di una religione globale, se una tale cosa potesse mai essere concepita.
In più occasioni ha affermato di non professare alcuna religione specifica; la sua unica religione, dice, è “il benessere umano” (sia il suo che il nostro).
Il suo stile di vita, i suoi metodi e i suoi insegnamenti basati sulla pratica dello yoga potrebbero, in effetti, costituire una nuova forma di religiosità, non istituzionale ma esperienziale, centrata sulla trasformazione interiore e sull’espansione della coscienza.
Nella varietà sta il gusto
Fin dai tempi antichi, la spiritualità nel subcontinente indiano si è caratterizzata per la sua diversità, sincretica e in costante evoluzione. Sono stati rinvenuti sigilli archeologici — come quelli della civiltà della Valle dell’Indo — che mostrano figure in posture meditative (proto-yoga), il che suggerisce l’esistenza di pratiche spirituali arcaiche connesse a stati di coscienza e rituali sciamanici.
Sebbene in quella fase non si possa ancora parlare di “induismo” in senso proprio, si intravede già un comune retroterra spirituale, basato su pratiche ancestrali ed esperienze trascendenti.
Successivamente, nel nord-est del subcontinente, in particolare nella valle del Gange, si svilupparono diverse tradizioni spirituali che condividevano un insieme comune di pratiche, molte delle quali influenzate dagli elementi rituali dei Veda, i testi più antichi della tradizione indiana.
Questi testi fondativi — Rigveda, Yajurveda, Samaveda e Atharvaveda — consistono in inni, canti e poesie dedicati a divinità come Indra (dio del tuono), Agni (fuoco), Varuna (pioggia) e Soma (associato anche alla luna e all’ebbrezza divina). Questo periodo è noto come vedismo o religione vedica.[2]
Da questo corpus rituale emerse il brahmanesimo, un sistema religioso e sociale che si consolidò durante il tardo periodo vedico.
Il culto brahmanico era incentrato su sacrifici elaborati eseguiti da sacerdoti specializzati (brāhmani), che fungevano da mediatori tra gli dèi e gli uomini attraverso rituali meticolosamente prescritti.
La nascita della filosofia indiana
Tra i secoli si cominciò a sviluppare una riflessione più profonda sulla natura ultima dell’esistenza. Da questa inquietudine nacquero le Upanishad, testi filosofici che segnarono l’inizio del pensiero speculativo in India. Questi testi introducono concetti fondamentali come:
• Brahman: la realtà assoluta, il principio supremo.
• Atman: l’anima individuale, l’essenza dell’essere umano.
• L’unione di Atman e Brahman: come meta spirituale ultima.
È in questo punto che inizia a delinearsi il nucleo di ciò che più tardi sarebbe stato conosciuto come filosofia induista.
I Veda venivano “ricevuti” e recitati dai sacerdoti indù in sanscrito, una lingua che il popolo non comprendeva, e diversi pensatori dell’epoca cominciarono a mettere in discussione questa pratica e la validità del sistema di credenze.
In quel periodo si svilupparono diverse scuole filosofiche (la maggior parte delle quali non sopravvissero), alcune accettando e altre rifiutando l’autorità dei Veda.
Quelle che accettavano il punto di vista ortodosso indù e le sue pratiche venivano chiamate āstika (“che esiste”), mentre quelle che lo rifiutavano erano dette nāstika (“che non esiste”).
Tre delle scuole di pensiero nāstika che si ritiene siano sopravvissute a quel periodo sono: il cārvāka, il giainismo e il buddhismo.
I rami dello stesso albero
In parallelo allo sviluppo del brahmanesimo emersero movimenti critici e alternativi. Tra questi spiccano il buddhismo, fondato da Siddharta Gautama (il Buddha), nato nella regione di confine tra l’India e il Nepal, e il giainismo, promosso da Mahavira.
Entrambi i sistemi proponevano un cammino di liberazione basato sull’etica personale, sul distacco e sulla conoscenza, in contrasto con il ritualismo vedico.
Il Buddha articolò il suo insegnamento proponendo una via di liberazione che prescindeva da caste, sacerdoti o rituali. Mahavira, da parte sua, portò all’estremo il principio di ahimsa (non violenza).
Sebbene entrambi i sistemi rompessero con l’autorità brahmanica, conservarono concetti come il karma, il samsara (il ciclo delle reincarnazioni) e la ricerca della liberazione (moksha).
Non crearono una nuova cosmovisione, ma riformularono elementi già esistenti per costruire una proposta spirituale più inclusiva e radicale.
Il buddhismo, dopo vari concili e secoli di evoluzione, fu esportato grazie ad alcuni maestri indiani come Padmasambhava, diffondendosi in Asia Centrale, in Cina, in Tibet e nel Sud-est asiatico.[3]
La consolidazione ortodossa
Tra il V secolo p.e.c. e il V secolo e.c. si consolidarono le basi del pensiero ortodosso indù, strutturato in sei darshana, ovvero sistemi filosofici riconosciuti:
- Nyaya (logica ed epistemologia)
- Vaisheshika (atomismo e metafisica)
- Samkhya (dualismo ontologico)
- Yoga (sistematizzato da Patañjali)
- Mimamsa (interpretazione rituale dei Veda)
- Vedanta (la filosofia delle Upanishad, la più influente)
Nel periodo classico e medievale si andò consolidando ciò che oggi chiamiamo induismo: una religione plurale che integra i Veda, le Upanishad, le grandi epopee (Mahabharata, Ramayana), la devozione a molteplici divinità (come Vishnu, Shiva, Devi) e una ricca varietà di scuole filosofiche e pratiche rituali.
Con l’arrivo dell’Islam a partire dal XII secolo, e successivamente con il dominio coloniale britannico, le religioni dell’India furono costrette a definirsi in modo più preciso. Fu allora che il termine induismo iniziò a essere utilizzato come etichetta per riferirsi alle tradizioni religiose originate nei Veda e nei loro sviluppi successivi.
Dall’India al mondo
Nel XX secolo, concetti come Vedanta e Yoga cominciarono a diffondersi in Occidente, dove vennero reinterpretati secondo nuove chiavi culturali.
Molti “maestri moderni” si presentano oggi come figure spirituali non religiose, ma la loro formazione e le loro pratiche affondano profondamente le radici nell’induismo, in particolare all’interno di correnti come lo shaivismo (devozione a Shiva) e lo yoga tantrico.
Questo è il caso di Sadhguru, che, pur definendosi “spirituale, non religioso”, pratica e insegna all’interno del quadro della tradizione indù.
I suoi insegnamenti combinano elementi degli Yoga Sutra di Patañjali, dell’Hatha Yoga, del Vedanta e del tantrismo shivaista, il tutto in un’estetica moderna e globale.
Anche se si presenta come laico e universale, le sue radici culturali e storiche sono inequivocabilmente induiste, inquadrate nel vasto spettro delle tradizioni vediche.
In questo senso, i guru contemporanei — sia quelli già popolari che quelli che ancora non sono emersi sulla scena globale — sono, nella loro essenza: Made in India.
Sono eredi di una tradizione millenaria che, anche se si veste di modernità e si promuove come “saggezza universale”, rimane parte dello stesso albero da cui germogliarono i Veda, le Upanishad e la devozione verso le divinità dell’induismo.
I colori del benessere: un arcobaleno di gusto
Sadhguru afferma di non essere un induista ortodosso, eppure partecipa attivamente a pratiche profondamente radicate nell’induismo. Esegue rituali tradizionali, racconta storie epiche della mitologia indù, consacra un tempio dedicato a una divinità indù — Shiva — e celebra annualmente festival in suo onore.
Inoltre, commercializza oggetti spirituali come statue consacrate, fili, polveri e semi — tutto rivolto principalmente a un pubblico devoto di fede indù.
Cita frequentemente Shiva, suggerendo una chiara affinità con lo shaivismo. Parla anche di tantra, sostenendo che non si tratti di una pratica oscura o negativa, pur mostrando una certa reticenza ad approfondire l’argomento, probabilmente a causa dei molti pregiudizi culturali e religiosi ancora presenti. Tuttavia, il suo discorso tantrico è presente… per i mistici.
D’altra parte, Sadhguru parla insistentemente del “vuoto”, della meditazione, del distacco, dell’illuminazione e di Buddha, utilizzando un linguaggio spirituale familiare al suo pubblico buddhista.
Si riferisce spesso allo yoga, anche se il concetto di “vuoto” non appartiene propriamente al vocabolario tradizionale della cultura yogica. Questo termine ha piuttosto radici in testi come il Vijñānabhairava Tantra, resi popolari in tempi recenti da figure come Osho… per i suoi devoti. Essendo tutti e due di origine indiana, è possibile che “attingano alle stesse fonti”.
L’importante è che Sadhguru parli di yoga… per chi è interessato al benessere fisico e all’esercizio.
Fa anche riferimento alla fisica quantistica, parla dell’universo, della mente universale e dell’energia, rivolgendosi chiaramente a coloro che si interessano di scienza e spiritualità da una prospettiva contemporanea… per i fisici.
In altri contesti, si esprime su temi legati alla salute, alla nutrizione, all’importanza del latte materno, e arriva persino ad affermare che certe pratiche possano curare malattie come l’asma. Tuttavia, come tutti, si rivolge al medico quando si ammala. Il suo discorso, in questo senso, può risultare interessante… per i professionisti della salute.
Parla di UFO e di altre forme di vita… per gli ufologi. Parla di reincarnazioni e racconta in dettaglio le sue vite passate… per chi crede nella trasmigrazione dell’anima.
Parla di Gesù Cristo, che descrive come una “superstar” spirituale… per i cristiani.[4] Parla degli indoari… per gli amanti delle teorie cospirative. Parla di spiritualità moderna, senza legami religiosi… per i seguaci del New Age.
Parla al Forum Economico Mondiale… per economisti, leader d’impresa e imprenditori come lui.
In sintesi, Sadhguru sembra rappresentare una figura camaleontica, un “Everything Everywhere All At Once”. Il suo messaggio si adatta in base al tempo, al luogo e, soprattutto, al pubblico.
La sua versatilità comunicativa gli permette di entrare in risonanza con pubblici molto diversi tra loro: dai religiosi tradizionali agli scienziati moderni, passando per yogi, scettici, imprenditori, devoti e ricercatori spirituali di ogni tipo.
Un consiglio per chi cerca guru
Chi cerca la verità, Dio, l’illuminazione o la liberazione, e crede di non essere ancora “quello”, è facilmente attratto da guru pronti a vendergli corsi, rituali e oggetti spirituali. Qualsiasi vecchio guru potrà venderti un metodo per scoprirlo. E forse il guru non fa nemmeno male a farlo, perché:
«Un pazzo che persevera nella sua follia diventa saggio», e un buon guru è proprio un “pazzo” che ti segue nel tuo gioco.
«Vieni, figliolo, vieni… ho qualcosa di molto buono da venderti, ma aspetta; devi ancora passare attraverso molte tappe: compra questo corso, due libri, un ritiro, questo filo e un profumo…»
E tutto il tempo, Quello sei tu. Ma forse il vero errore non è del guru, bensì nostro: finché pensiamo di dover diventare qualcosa di diverso da ciò che siamo, ci allontaniamo dalla realtà.
La fame spirituale viene alimentata da chi ci dice che c’è sempre uno stadio più alto da raggiungere. Ma la verità è semplice: non c’è niente da inseguire.
Si potrebbe dire che per realizzarsi veramente, bisogna arrivare al punto in cui non si cerca più. Ed è allora che cominciamo a pensare. Questo equivale a diventare spiritualmente non spirituali.
Siamo già quello che cerchiamo. Tutta la nostra terribile ansia nasce proprio dal fatto che non sapevamo, fin dall’inizio, che eravamo Quello.
Se lo avessimo saputo davvero… la spiritualità non sarebbe mai diventata un mercato.
Fonti:
[1] https://www.instagram.com/p/C8Q3p82IONZ/?img_index=2
[2] https://www.britannica.com/topic/Hinduism
[3] https://www.britannica.com/topic/Buddhism
[4] https://isha.sadhguru.org/en/wisdom/article/jesus-christ-superstar



